Ma davvero contro gli ogm sono schierati gruppi di frikkettoni,
ex-katanga, amici dei lobbyisti o lobbyisti essi stessi? A parte il
linguaggio e le etichettature che appartengono ad un mondo “altro” e
che ci perseguitano dal ’68, forse le cose non stanno proprio così.
La critica e la resistenza agli OGM e le pratiche di un’agricoltura
libera da pesticidi, hanno un carattere mondiale e vedono
protagonisti in primo luogo i movimenti e le organizzazioni contadine
dei sud del mondo. Donne ed uomini che denunciano come gli OGM ed i
pesticidi siano la parte avanzata di un sistema, quello
dell’agri-business mondiale, dominato dalle grandi multinazionali, che
ha prodotto tutte le attuali e drammatiche distorsioni. Un sistema che
tiene i contadini dei paesi “in via di sviluppo” in permanente
condizione di povertà e dipendenza. Che più produce e meno sfama,
come dimostrano i fallimenti di tutti gli impegni di lotta alla fame
nel mondo. Che quando sfama crea obesità. Un sistema che, sopravvive
solo grazie ad ingentissimi aiuti pubblici, con buona pace dei più
entusiasti sostenitori del destino salvifico del libero mercato. Negli
USA come in Europa, dove i sussidi rappresentano oltre il 40% del
bilancio comunitario, questo paradigma invece di produrre lavoro
buono, terra buona, cibo buono, favorisce sistematicamente i ricchi.
I grandi azionisti e manager delle imprese multinazionali che
controllano sementi, pesticidi, ed ora OGM, e così detengono il potere
sulla riproduzione alimentare e sul patrimonio genetico, violando
sistematicamente il diritto umano al cibo ed alla sovranità
alimentare. O coloro, grandi proprietari terrieri in primis, che
traggono vantaggio dalle esportazioni sovvenzionate a danno delle
agriculture familiari dei paesi terzi , o produttori di “biofuel”
che sottrae l’agricoltura al cibo e la consegna a sfamare macchine.
Così i prodotti di questo sistema profondamente ingiusto, che più
costanos dal punto di vista degli impatti ambientali e della sua
cattiva qualità, finiscono a sfamare i poveri al “discount” o vengono
spediti nei paesi impoveriti sotto forma di aiuto alimentare, mentre
la qualità, che fa risparmiare beni comuni, quali la salute della
Terra e delle persone, diviene un lusso. Naturalmente si può
considerare questa ricostruzioneanticapitalistica ed ideologica: per
noi è invece una critica di paradigma. Che non sarà la scienza a
salvarci, è esperienza concreta. L’agricoltura è piena di rivoluzioni
scientiste, verdi, (ultima in ordine di tempo il piano lanciato da
Bill Gates e Kofi Annan per una nuova rivoluzione verde in Africa –
AGRA) che separano sempre più la produzione di cibo dai fattori
naturali, e gli effetti sono di fronte a noi. Fame nel mondo ed
obesità, pandemie, desertificazione ed effetto serra. Certo si può
sempre sostenere che quel 16% almeno di effetto serra che questa
agricoltura produce non deriva dai cicli lunghi, dagli eccessi
chimici, dagli allevamenti intensivi, ma dalle galline allevate a
terra. O si vuole dimenticare che l’agricoltura pulita, tradizionale,
e su piccola scala può essere un importante fattore di adattamento
all’effetto serra. Ma qui si arriva all’assurdo ed alla crudeltà. Cosa
sono gli alevamenti intensivi, in gabbia lo sanno tutti, come tutti
sanno cosa comportano in termini anche di sofferenza animale.
Certo si può rovesciare con una capriola il principio di precauzione,
fondativo dell’Europa e cardine del diritto internazionale
dell’ambiente, per cui bisogna dimostrare che le cose che si fanno
non fanno male, nel suo contrario. Ovvero che si può fare tutto ciò
che non è dimostrato che fa male , specie su terreni di proprietà
privata. O cercare di affermare, sulla base di uno studio inglese,
che i prodotti dell’agricoltura organica siano, in termini di salute
dei consumatori, equiparabili a quelli dell’agricoltura con pesticidi,
dimenticandosi della salute di coloro che coltivano, e si avvelenano
quotidianamente. Che dire allora delle vittime del Nemagon in America
Centrale, o di quelle terre e falde acquifere avvelenate da sostanze
chimiche micidiali come il glifosato?
Certo si possono citare studi sempre disponibili come tanti ce ne sono
che dicono che il nucleare serve contro l’effetto serra, o che lo
stesso effetto serra è un fattore naturale, Ma la realtà del rapporto
moderno tra società e scienza è proprio quello che sulla scienza e con
la scienza si discute e si sceglie. Un dibattito che viene da lontano,
di critica delle tecnologie, intrinsecamente trincerate intorno agli
interessi dei potenti, e che non sopportano la critica democratica. E
di lotte per tecnologie appropriate, diffusibili e controllabili. Per
cui si può essere per la RU486 e contro gli OGM, perché si sta con le
donne ed i contadini. Per cui l’Europa ha convalidato consensualmente
la responsabilità umana nell’effetto serra. Una riflessione la
vogliamo proporre anche a L’Altro. Tra discutere tutto ed il tutto fa
spettacolo, c’è una differenza. E se è giusto criticare in radice
ogni esperienza della sinistra, magari cercando comunque di guardare
al di là dei propri confini geografici, altro sarebbe scoprire le
magnifiche sorti e progressive del capitalismo.
Roberto Musacchio
Francesco Martone
domenica 2 agosto 2009
OGM, sovranità alimentare e pesticidi....in risposta ad articolo pubblicato su L'Altro, (1 Ago 2009)
martedì 28 luglio 2009
morire per Kabul?
Mio commento su Afghanistan postato oggi sul sito di SeL
28 luglio 2009 alle 20:16
Avendo avuto a che fare - assieme a molti e molte compagne che oggi
come me sostengono il progetto di Sinistra e Libertà - con la
questione afgana per ben sette anni in Parlamento ed essendo stato uno
dei promotori dell’appello per il ritiro delle truppe pubblicato anche
su questo sito vorrei condividere alcune riflessioni. La prima è che
non si può lasciare il popolo afghano in preda della NATO, delle bombe
intelligenti, dei Mangusta, né dei signori della guerra nè ancor di
più dei Talebani. A suo tempo tentammo una via altra, che passava
attraverso tre pilastri: a rielaborazione del concetto di sicurezza.
Quando si parla di sicurezza umana si intende la protezione dei civili
non operazioni offensive. Allora si proponeva che l’Italia si
sganciasse dalla partecipazione all’operazione Enduring Freedom e
sostenesse la riconfigurazione della la presenza internazionale con un
contingente di polizia internazionale sotto mandato e comando ONU.
2: sostenere processi di mediazione e costruzione della pace
attraverso il sostegno alla società civile afgana, processi di verità
e giustizia sui crimini commessi da tutte le parti in conflitto, la
convocazione di un tavolo di trattativa anche con gli insurgenti. A
questo negoziato macroregionale avrebbero partecipato anche i governi
degli stati confinanti l’Afghanistan Iran e Pakistan in primis.
3. inversione delle proporzioni tra sostegno finanziario allo
strumento militare e ricostruzione, sostegno a programmi di
autoproduzione alimentare, microimpresa, microcredito, sostituzione
progressiva delle colture da oppio con produzioni atte ad assicurare
sovranità alimentare e accesso a mercati locali. Investimento in
scuole, e salute, ed in infrastrutture locali. Sganciamento delle
attività militari da quelle di ricostruzione come nel caso delle
Provincial Reconstruction Teams, vedi quella di Herat. Sulla base di
questa proposta abbiamo per due anni ingaggiato un confronto
costruttivo con il governo Prodi, per provare ad ottenere una
riduzione progressiva dell’impegno italiano in termini militari ( o
per lo meno prevenire una escalation in termini di uomini e mezzi) e
un rafforzamento della partecipazione in termini civili e di
mediazione. Le regole d’ingaggio e la gestione dei caveat venivano
costantemente monitorati a livello parlamentare, mentre si cercava di
articolare un dialogo con quei pezzi di movimento pacifista che come
noi non volevano cadere nella trappola “ritiro delle truppe da una
aguerra imperialista” o “a Kabul fino alla morte per l’Occidente e la
NATO”. Abbiamo provato a metterci nei panni delle necessità effettive
del popolo afgano al di la di ogni retorica. Non è stato facile, né
per le nostre profonde convinzioni pacifiste né per lo scontro che
questo ha creato con compagni e compagne di viaggio sia in Parlaento
che all’esterno, nei movimenti. Poi quando era chiaro che la fase
politica del centrosinistra stava volgendo al termine abbiamo votato
contro la missione per non dare una cambiale in bianco ad un governo
successivo, che oggi con le dichiarazioni dei suoi ministri dimostra
un volto guerrafondaio e militarista che cozza contro quelle ipotesi
di exit strategy da più parti invocate anche all’interno
dell’amministrazione Obama. Ora le condizioni per una strategia di
riconfigurazione del ruolo italiano in Afghanistan non esistono più,
né quella che dovrebbe essere l’opposizione accenna ad un minimo
interesse a rielaborare proposte di uscita dall’opzione militare. Ed
allora a noi non resta che rilanciare l’appello per ritirare le
truppe, fermare l’escalation militare e chiedere che l’Italia si
incarichi di sostenere una discussione per una profonda
riconfigurazione della presenza internazionale in quello scacchiere.
Farlo mentre fischiano le bombe o i proiettili dei Mangusta (tanto
invocati dal responsabile Difesa del PD) mi pare non solo impossibile
ma anche non accettabile dal punto di vista politico ed etico.
28 luglio 2009 alle 20:16
Avendo avuto a che fare - assieme a molti e molte compagne che oggi
come me sostengono il progetto di Sinistra e Libertà - con la
questione afgana per ben sette anni in Parlamento ed essendo stato uno
dei promotori dell’appello per il ritiro delle truppe pubblicato anche
su questo sito vorrei condividere alcune riflessioni. La prima è che
non si può lasciare il popolo afghano in preda della NATO, delle bombe
intelligenti, dei Mangusta, né dei signori della guerra nè ancor di
più dei Talebani. A suo tempo tentammo una via altra, che passava
attraverso tre pilastri: a rielaborazione del concetto di sicurezza.
Quando si parla di sicurezza umana si intende la protezione dei civili
non operazioni offensive. Allora si proponeva che l’Italia si
sganciasse dalla partecipazione all’operazione Enduring Freedom e
sostenesse la riconfigurazione della la presenza internazionale con un
contingente di polizia internazionale sotto mandato e comando ONU.
2: sostenere processi di mediazione e costruzione della pace
attraverso il sostegno alla società civile afgana, processi di verità
e giustizia sui crimini commessi da tutte le parti in conflitto, la
convocazione di un tavolo di trattativa anche con gli insurgenti. A
questo negoziato macroregionale avrebbero partecipato anche i governi
degli stati confinanti l’Afghanistan Iran e Pakistan in primis.
3. inversione delle proporzioni tra sostegno finanziario allo
strumento militare e ricostruzione, sostegno a programmi di
autoproduzione alimentare, microimpresa, microcredito, sostituzione
progressiva delle colture da oppio con produzioni atte ad assicurare
sovranità alimentare e accesso a mercati locali. Investimento in
scuole, e salute, ed in infrastrutture locali. Sganciamento delle
attività militari da quelle di ricostruzione come nel caso delle
Provincial Reconstruction Teams, vedi quella di Herat. Sulla base di
questa proposta abbiamo per due anni ingaggiato un confronto
costruttivo con il governo Prodi, per provare ad ottenere una
riduzione progressiva dell’impegno italiano in termini militari ( o
per lo meno prevenire una escalation in termini di uomini e mezzi) e
un rafforzamento della partecipazione in termini civili e di
mediazione. Le regole d’ingaggio e la gestione dei caveat venivano
costantemente monitorati a livello parlamentare, mentre si cercava di
articolare un dialogo con quei pezzi di movimento pacifista che come
noi non volevano cadere nella trappola “ritiro delle truppe da una
aguerra imperialista” o “a Kabul fino alla morte per l’Occidente e la
NATO”. Abbiamo provato a metterci nei panni delle necessità effettive
del popolo afgano al di la di ogni retorica. Non è stato facile, né
per le nostre profonde convinzioni pacifiste né per lo scontro che
questo ha creato con compagni e compagne di viaggio sia in Parlaento
che all’esterno, nei movimenti. Poi quando era chiaro che la fase
politica del centrosinistra stava volgendo al termine abbiamo votato
contro la missione per non dare una cambiale in bianco ad un governo
successivo, che oggi con le dichiarazioni dei suoi ministri dimostra
un volto guerrafondaio e militarista che cozza contro quelle ipotesi
di exit strategy da più parti invocate anche all’interno
dell’amministrazione Obama. Ora le condizioni per una strategia di
riconfigurazione del ruolo italiano in Afghanistan non esistono più,
né quella che dovrebbe essere l’opposizione accenna ad un minimo
interesse a rielaborare proposte di uscita dall’opzione militare. Ed
allora a noi non resta che rilanciare l’appello per ritirare le
truppe, fermare l’escalation militare e chiedere che l’Italia si
incarichi di sostenere una discussione per una profonda
riconfigurazione della presenza internazionale in quello scacchiere.
Farlo mentre fischiano le bombe o i proiettili dei Mangusta (tanto
invocati dal responsabile Difesa del PD) mi pare non solo impossibile
ma anche non accettabile dal punto di vista politico ed etico.
lunedì 20 luglio 2009
Il G8 visto dall'Ecuador
ricevo e pubblico volentieri, da Mauro Cerbino, editorialista de El Telegrafo...
Las ruinas del G8
Mauro Cerbino
mcerbino@telegrafo.com.ec
Acabamos de asistir a un capítulo más de la "saga" del G8. Desde 1975, el restringido grupo de países más ricos del mundo se reúne para discutir y aprobar decisiones que han servido para proyectarlo como el motor de un sistema global de Gobernanza. Se empezó con un selecto G5 compuesto por Alemania, Francia, Inglaterra, Estados Unidos y Japón al que se han sumado Italia, Canadá y últimamente Rusia. Este grupo exclusivo (y excluyente) de países pretende establecer su legitimidad mundial basándose en la riqueza producida y también en una supuesta supremacía de lógicas de "occidente" sobre el resto del mundo, sabiendo que Japón y Rusia se alinean claramente con esas lógicas.
Sin embargo el club ha tenido que ir abriendo paulatinamente su membrecía a otros países. En primer lugar porque ha visto como iba disminuyendo el monto de su riqueza en relación al resto del mundo, y por otro lado por la necesidad de incluir países que representen a otras geografías como es el caso de Brasil por América Latina o de Egipto por África. El club requiere de nuevos adeptos para reacomodarse económica y políticamente no para democratizarse. Los añadidos que configuran la serie matemática de G5+1+1+1+5+7 para llegar a un G20, parece ser uno de aquellos juegos como el Risk en el que de lo que se trata es de sumar países (y ejércitos) para conquistar el mundo.
Agudos analistas como Francesco Martone, ex senador italiano y especialista en relaciones internacionales, indican que tales prácticas, lejos de significar una voluntad por fijar nuevas reglas más equitativas de Gobernanza mundial, conducen de hecho a un debilitamiento ulterior del multilateralismo y especialmente de la ONU.
El club se va configurando así por medio de "geometrías variables", las cuales siendo informales y no sostenidas en instituciones, hacen que el cumplimiento de las decisiones y los compromisos que se toman estén supeditados a la "buena voluntad" de cada miembro. El resultado es conocido: los compromisos como la lucha a la pobreza o el incremento financiero a la cooperación al desarrollo siempre se quedan en carpeta.
Sería interesante que los astutos diplomáticos del club puedan convencer a sus jefes de gobierno de cómo concebir una geometría no euclidiana, que sepa reflexionar sobre las asimetrías y las topologías complejas que la humanidad presenta.
Entre los escombros de L´Aquila, ciudad devastada por el terremoto, Berlusconi ha organizado este G8. Pudo haber sido un modo para llamar la atención mundial sobre este drama y recibir apoyo, y también su astucia pudo haberlo llevado a concebir a ese lugar como el más idóneo para desactivar cualquier protesta de los movimientos altermundialistas, aquellos que hace ocho años han sido víctimas en Génova de la brutal represión de parte de este mismo gobierno. Lo que es cierto es que nunca un lugar fue más apropiado que éste para el show mediático de un club, cuya estructura concéntrica y aparentemente sólida, en mucho se parece a la fragilidad de las paredes de las casas construidas con arena gracias a la corrupción y al degrado imperante en Italia.
Las ruinas del G8
Mauro Cerbino
mcerbino@telegrafo.com.ec
Acabamos de asistir a un capítulo más de la "saga" del G8. Desde 1975, el restringido grupo de países más ricos del mundo se reúne para discutir y aprobar decisiones que han servido para proyectarlo como el motor de un sistema global de Gobernanza. Se empezó con un selecto G5 compuesto por Alemania, Francia, Inglaterra, Estados Unidos y Japón al que se han sumado Italia, Canadá y últimamente Rusia. Este grupo exclusivo (y excluyente) de países pretende establecer su legitimidad mundial basándose en la riqueza producida y también en una supuesta supremacía de lógicas de "occidente" sobre el resto del mundo, sabiendo que Japón y Rusia se alinean claramente con esas lógicas.
Sin embargo el club ha tenido que ir abriendo paulatinamente su membrecía a otros países. En primer lugar porque ha visto como iba disminuyendo el monto de su riqueza en relación al resto del mundo, y por otro lado por la necesidad de incluir países que representen a otras geografías como es el caso de Brasil por América Latina o de Egipto por África. El club requiere de nuevos adeptos para reacomodarse económica y políticamente no para democratizarse. Los añadidos que configuran la serie matemática de G5+1+1+1+5+7 para llegar a un G20, parece ser uno de aquellos juegos como el Risk en el que de lo que se trata es de sumar países (y ejércitos) para conquistar el mundo.
Agudos analistas como Francesco Martone, ex senador italiano y especialista en relaciones internacionales, indican que tales prácticas, lejos de significar una voluntad por fijar nuevas reglas más equitativas de Gobernanza mundial, conducen de hecho a un debilitamiento ulterior del multilateralismo y especialmente de la ONU.
El club se va configurando así por medio de "geometrías variables", las cuales siendo informales y no sostenidas en instituciones, hacen que el cumplimiento de las decisiones y los compromisos que se toman estén supeditados a la "buena voluntad" de cada miembro. El resultado es conocido: los compromisos como la lucha a la pobreza o el incremento financiero a la cooperación al desarrollo siempre se quedan en carpeta.
Sería interesante que los astutos diplomáticos del club puedan convencer a sus jefes de gobierno de cómo concebir una geometría no euclidiana, que sepa reflexionar sobre las asimetrías y las topologías complejas que la humanidad presenta.
Entre los escombros de L´Aquila, ciudad devastada por el terremoto, Berlusconi ha organizado este G8. Pudo haber sido un modo para llamar la atención mundial sobre este drama y recibir apoyo, y también su astucia pudo haberlo llevado a concebir a ese lugar como el más idóneo para desactivar cualquier protesta de los movimientos altermundialistas, aquellos que hace ocho años han sido víctimas en Génova de la brutal represión de parte de este mismo gobierno. Lo que es cierto es que nunca un lugar fue más apropiado que éste para el show mediático de un club, cuya estructura concéntrica y aparentemente sólida, en mucho se parece a la fragilidad de las paredes de las casas construidas con arena gracias a la corrupción y al degrado imperante en Italia.
venerdì 10 luglio 2009
Aiuto! Quali aiuti allo sviluppo?
Dal vertice di Gleneagles di qualche anno fa ad oggi, i paesi del G8
avrebbero dovuto tener fede all’impegno di destinare quote crescenti
del loro prodotto interno lordo alla lotta alla povertà e dalla cooperazione
internazionale. E le ristrettezze di bilancio causate dalla crisi economica
globale non possono certamente essere addotte a pretesto per venir meno
ad un impegno di giustizia e di restituzione del debito ecologico e sociale
accumulato dai paesi industrializzati nei confronti del mondo di maggioranza.
Tuttavia il paese che oggi ospita e presiede il G8 è progressivamente
precipitato tra gli ultimi in termini di impegni per la lotta alla povertà:
negli ultimi due anni del governo Berlusconi la cooperazione è arrivata ai
minimi storici.
Se ciò non bastasse, questo G8 potrebbe segnare l’inizio di una nuova era
nei principi e nelle strategie per la promozione dei beni pubblici globali, a partire
dall’aiuto e dalla cooperazione allo sviluppo. A fronte dei ripetuti
appelli del mondo nongovernativo ad aumentare le quote di
finanziamento alla cooperazione e dalla lotta alla povertà, i G8 non
si sono fatti sfuggire l’occasione per proporre una nuova visione
dell’aiuto allo sviluppo, in termini di “sistema paese”
("whole of country" nel gergo degli sherpa), un termine
bipartizan molto di moda anche negli ambienti politici nostrani.
Basti ricordare le vicende del dibattito abortito sulla riforma della
cooperazione italiana allo sviluppo la scorsa legislatura, quando
venne avanzata da più parti l’ipotesi di una Fondazione
Pubblico-Privata per la cooperazione del “sistema Italia”. Questa
dilatazione del concetto di aiuto, fino ad includere anche – come
propone l’OCSE - le missioni militari all’estero (cosa che ad esempio
viene già fatta in Inghilterra) permetterebbe quindi di affiancare
all’aiuto pubblico allo sviluppo una quota crescente del settore
privato, delle imprese, delle fondazioni internazionali. Il dibattito
in corso a livello G8 sull’aiuto, è pertanto speculare alla
discussione “nazionale” sull’aiuto allo sviluppo ormai ridotta a mera
“espressione geografica” nel bilancio dello Stato. Il G8 del 2009
potrebbe quindi passare alla storia come il “trend-setter”, quello
delle svolte “politiche” e “culturali” a costo finanziario zero. Lo
stesso vale per la riforma della governance globale. Altro che riforma
ed allargamento del G8, il vero rischio è che il G8, seppur allargato
occasionalmente ad altri Paesi ad economia emergente, riesca a
scalzare le Nazioni Unite nel gestire l’ormai irrevocabile processo di
revisione della struttura di governo dell’economia e della finanza
globale degli Accordi di Bretton Woods. Se poi si aggiunge a questo
la questione dei cambiamenti climatici, con la risolutezza del governo
italiano ad usare il Protocollo di Kyoto contro sé stesso, allora si
potrà concludere che il vertice del 2009 potrebbe diventare il primo
vertice di sapore ed ispirazione “neo-con”, proprio quando a
Washington l'avvento di Obama ha relegato i neocon tra i rottami della
storia.
avrebbero dovuto tener fede all’impegno di destinare quote crescenti
del loro prodotto interno lordo alla lotta alla povertà e dalla cooperazione
internazionale. E le ristrettezze di bilancio causate dalla crisi economica
globale non possono certamente essere addotte a pretesto per venir meno
ad un impegno di giustizia e di restituzione del debito ecologico e sociale
accumulato dai paesi industrializzati nei confronti del mondo di maggioranza.
Tuttavia il paese che oggi ospita e presiede il G8 è progressivamente
precipitato tra gli ultimi in termini di impegni per la lotta alla povertà:
negli ultimi due anni del governo Berlusconi la cooperazione è arrivata ai
minimi storici.
Se ciò non bastasse, questo G8 potrebbe segnare l’inizio di una nuova era
nei principi e nelle strategie per la promozione dei beni pubblici globali, a partire
dall’aiuto e dalla cooperazione allo sviluppo. A fronte dei ripetuti
appelli del mondo nongovernativo ad aumentare le quote di
finanziamento alla cooperazione e dalla lotta alla povertà, i G8 non
si sono fatti sfuggire l’occasione per proporre una nuova visione
dell’aiuto allo sviluppo, in termini di “sistema paese”
("whole of country" nel gergo degli sherpa), un termine
bipartizan molto di moda anche negli ambienti politici nostrani.
Basti ricordare le vicende del dibattito abortito sulla riforma della
cooperazione italiana allo sviluppo la scorsa legislatura, quando
venne avanzata da più parti l’ipotesi di una Fondazione
Pubblico-Privata per la cooperazione del “sistema Italia”. Questa
dilatazione del concetto di aiuto, fino ad includere anche – come
propone l’OCSE - le missioni militari all’estero (cosa che ad esempio
viene già fatta in Inghilterra) permetterebbe quindi di affiancare
all’aiuto pubblico allo sviluppo una quota crescente del settore
privato, delle imprese, delle fondazioni internazionali. Il dibattito
in corso a livello G8 sull’aiuto, è pertanto speculare alla
discussione “nazionale” sull’aiuto allo sviluppo ormai ridotta a mera
“espressione geografica” nel bilancio dello Stato. Il G8 del 2009
potrebbe quindi passare alla storia come il “trend-setter”, quello
delle svolte “politiche” e “culturali” a costo finanziario zero. Lo
stesso vale per la riforma della governance globale. Altro che riforma
ed allargamento del G8, il vero rischio è che il G8, seppur allargato
occasionalmente ad altri Paesi ad economia emergente, riesca a
scalzare le Nazioni Unite nel gestire l’ormai irrevocabile processo di
revisione della struttura di governo dell’economia e della finanza
globale degli Accordi di Bretton Woods. Se poi si aggiunge a questo
la questione dei cambiamenti climatici, con la risolutezza del governo
italiano ad usare il Protocollo di Kyoto contro sé stesso, allora si
potrà concludere che il vertice del 2009 potrebbe diventare il primo
vertice di sapore ed ispirazione “neo-con”, proprio quando a
Washington l'avvento di Obama ha relegato i neocon tra i rottami della
storia.
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